Sulla storica rivista letteraria ERBAFOGLIO, Antonello Zanda recensisce "Apnea in versi" di Marco Cinque

Nella sua Lettera introduttiva, Luciana Castellina dice del suo imbarazzo a scrivere di un'opera poetica, perché la poesia è cosa intima a differenza del romanzo, che invece «si espone volutamente alla lettura dell'altro, gli è dedicato». Insomma, sarebbe un'"illecita intrusione" la sua, però poi aggiunge che si sente coinvolta in quel mondo di immagini. Perché i versi di Marco Cinque non sono mai autoreferenziali , e se c'è un "io" che parla gurdando il mondo, quello è l'uomo nella sua natura di zoon politikòn. 

Questi si agitano e ci parlano coinvolti negli scenari complessi che caratterizzano la nostra vita sociale e politica in questi ultimi anni: dal covid alle immigrazioni, dalle guerre (con particolare attenzione al massacro sionista in Palestina) alla crisi delle democrazie occidentali con tutti i rischi che ne derivano sul piano dei diritti. L'apnea a cui rimanda Cinque è allora un atto resistenziale, un atto sospensivo, che ha anche innescato risposte sociali interessanti in termini di solidarietà e creatività.


Da un angolo che è un punto di osservazione, il poeta interloquisce con la chimica della realtà che si svolge davanti ai suoi occhi. Il verso è sempre un rivolgersi a qualcuno e al suo presente, a un "tu" che sta di fronte nel teatro della vita. 

Le poesie interrogano e rivolgendo le implicite domande a un interlocutore hanno in realtà l'obiettivo di definire la posizione dell'autore. L'apnea è, in questo senso, la rappresentazione di un'attesa, di una risposta che non viene. Una risposta che compete comunque anche a chi formula la domanda. Insomma: l'apnea è un atto di sospensione critica espressa in versi; un mettere tra parentesi il sé per guardare intorno e scoprire che il mondo che va sgretolandosi è il nostro mondo e noi ci stiamo dentro. 

La'utore parla di sé e non parla mai di sé, ma del mondo che gli sta davanti come una scena di teatro che lo avvolge. È necessario quindi far emergere il paradosso vivente che siamo tutti noi dentro la società capitalistica che ci consuma come consumatori, smaschera le maschere e snida le ipocrisie: «Chi sei tu, uomo di questo tempo / che non hai tempo da perdere / ma che ti stai perdendo?» (Riempire il vuoto, pagg. 24-25).

Il conflitto come duello di opzioni fra vita e morte è nell'ordine delle cose: nella vita più noiosa e tranquilla della vita quotidiana che chiude gli occhi: «Fuori c'è la guerra e dentro si combatte / non ci sono angoli sicuri dove aspettare / che tutto torni dove non è mai stato» (p. 26). Metterci tra parentesi ci consente di guardarci dal di fuori e di coglierci nel noi che tradisce ognuno di noi: «Come gli avidi porci di Orwell / siamo la democrazia assassina / putrido occidente guerrafondaio / civiltà di vampiri colonizzatori» (p. 48). 


L'apnea risulta essere quindi un atto politico che nasce negli interstizi della vita sociale, aree di conflitto ripetutamente evidenziate da Cinque nei suoi testi: «Abbiamo bisogno di speranza / anche se l'abbimo già tradita / abbiamo bisogno di sentirci vicini / anche se tra noi cresce la distanza» (p. 54).

Il lavoro di Cinque è articolato in tre sezioni - con una frase di apertura che offre una chiave d'ingresso - chiuse con un epitaffio. Vale la pena riportarle perché esprimono un punto di partenza e di arrivo insieme: «La poesia che importa è il sangue degli altri che diventa il mio sangue» (p. 11); «Quanto più siamo connessi, tanto più ci sconnettiamo da noi stessi» (p. 33); «Molti poeti credono di essere la voce del mondo , invece sono solo il suo buco di culo» (p. 67) e, come epitaffio, «Il tempo ci dissolverà. Noi diventeremo aria. Tu mi respirerari» (p. 101).

Chiunque scrive canta i suoi testi (la struttura metrica ne afferma la musicalità), ma soprattutto non rinuncia mai a una chiarezza, una pulizia espressiva che arriva al lettore senza contorsioni.

Antonello Zanda
in «Erbafoglio» di gennaio 2026


M. CINQUE, Apnea in versi, Tabula fati 2024

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