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Le "Scomposizioni di Mauro Macario lette da Miro Renzaglia

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In Scomposizioni Mauro Macario manomette le parole e rivolta contro il presente la lingua degli apparati. Tra ribellione, memoria, teatro e lutto, il verso continua proprio quando confessa di non bastare. Già il titolo indica il metodo. In Scomposizioni Mauro Macario apre e manomette le parole, poi le rimette in circolo con qualcosa che prima non contenevano. Gli oligarchi diventano «oligranchi»; l’anacoreta e l’anarchico si saldano in «anarcoreta»; la danza taumaturgica della madre si guasta in «traumaturgica» per una lettera sola che s’intromette. Il giudizio compare nel punto della saldatura. Macario toglie la parola al proprio uso e la costringe a significare di nuovo. Anche i titoli, del resto, obbediscono a un tic alfabetico che si interrompe e riprende: da Appartenenza a Verbale d’infrazioni , poi da Al guado a Incantesimo . In superficie il libro accetta un ordine solo. E non sempre. Sotto quell’ordine di superficie agisce la lingua degli apparati . Ci sono il referto che ...

Marco Cinque legge "Scomposizioni" di Mauro Macario

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Quella di Mauro Macario è una voce che resta, una scomoda testimonianza dei nostri tempi, un viaggio in terza classe che, attraverso la nudità di una coscienza rimasta incorrotta, illumina le tante ombre che affliggono questa nostra civiltà cannibale che ormai sembra arrivata al proprio epilogo. Questa nostra incivile civiltà, questa disumana umanità trasformata in un serpente che ingoia se stesso, moltiplicandosi in una infezione virale che ha corrotto qualunque possibile orizzonte. La parola poetica inarresa di questa raccolta intitolata Scomposizioni , edita da P𝒐lveri - Collana di poesia Tabula fati i, diretta da Vito Davoli, diventa miccia dirompente, arma di ragione, di rivendicazione e di senso per potersi opporre a un declino annunciato. Quella di Mauro Macario è dunque una forma di resistenza, un appello a dimettersi da un futuro kamikaze che si sta svendendo come merce patinata dai piedistalli dei nostri privilegi coloniali, della nostra follia egocentrica, della nostra vig...

Miro Renzaglia a proposito di "Sulla Poesia. Quaderno Primo"

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Un sincero ringraziamento al poeta, filosofo e critico letterario Miro Renzaglia per questa acuta disamina del primo quaderno 𝑆𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑃𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 (Edizioni Tabula Fati, 2026), alla redazione de www.ilfondo.org per l'ospitalità e all'editore Marco Solfanelli per la pubblicazione e la segnalazione. Così scrive Renzaglia : «C'è un rischio particolare quando sono i poeti a interrogarsi sulla poesia: che l'oggetto dell'indagine finisca per assumere le virtù di chi lo interroga. Sulla poesia. Quaderno primo, curato da Vito Davoli, conosce il pericolo. La prefazione di Lino Angiuli propone di «perlustrare» il fare poetico senza consegnarlo a una definizione, e il volume tiene fede alla cautela: nessuna formula chiude la poesia. Intorno a lei, però, il Quaderno addensa la «progettualità umana» e il contributo che il poeta può offrire all'edificazione di un mondo migliore. L'indefinibilità è salva. Sopravvivono anche l'autenticità e la responsabilità, dist...

Marta Maria Camporeale a proposito di "Sulla Poesia. Quaderno Primo"

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Diciannove testi illuminanti SULLA POESIA in questo Quaderno primo . Ciascun autore, con stile e profondità, ha presentato l’indissolubile legame tra corpo e anima che nutre la tradizione millenaria della poesia. Vito Davoli, Direttore della collana e curatore dell’opera, ha condensato nel titolo quel comune denominatore che fa di questo florilegio letterario una raccolta di esperienzialità. A queste affascinanti letture non voglio attribuire aggettivi: non basterebbero ad apprezzare la generosa precisione con cui ogni autore ha descritto il valore della poesia per sé. Dalla prefazione di Lino Angiuli e in ogni capitolo emergono sempre nuove espansioni del pensiero e i fondamenti di una profonda resistenza alla superficialità, nel rispetto dell’onestà letteraria che custodisce la vera poesia. Fuori da ogni luogo comune, ogni argomento si armonizza su come la poesia, nella sua semplice complessità, permetta all’innato bisogno dell’essere umano di venir fuori dal suo silenzio, per trasf...

Pasquale Vitagliano sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri

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 LA POESIA PERMETTE ANCORA DI (RI)CREARE IL MONDO La poesia è un habeas corpus . È una forma di garanzia e difesa contro la colonizzazione cibernetica dell’immagi nario. La parola è l’estrema difesa della nostra integrità. Una resistenza all’alienazione della nostra identità. Il poeta arabo Adonis ha coniato l’espressione “tran screazione” per dire che la poesia permette ancora agli esseri umani di (ri)creare il mondo, ancora meglio di “riedificarlo”. Se il dominio dell’IA vuole inchiodarci nello spazio quantitativo della probabilità, la poesia ci permette di tenere vivo il mondo del possibile, immaginabile e rea lizzabile, fallibile, eppure, proprio per questo, interamente e autenticamente umano. Se i miti tendono a trasformare i segni in “sistema fattuale”, come ci ha insegnato Roland Barthes, lo sforzo della poesia è di ricondurre i segni e i simboli in un “siste ma essenziale.” La poesia cerca di stringere il legame tra significante e significato, ritornare dal segno a...

Vito Davoli sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri

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 LA POESIA È. ED È CIÒ CHE ESSA STESSA DIVIENE Di seguito il testo integrale dell’intervista di Maurizio Evangelista a Vito Davoli, pubblicata sul «Quotidiano di Bari» in tre diverse parti tra febbraio e marzo 2025. Organizzatore e curatore di numerose antologie, nonché attivo promulgatore dell’arte poetica, Vito Davoli non è solo un poeta generoso, ma probabilmente tra i più significativi porta voce della poesia contemporanea del sud. Ho chiesto a Vito di confidarmi il suo approccio alla poesia, alla bellezza, che il verso deve sempre cogliere, la sua sfida nel cercare quella frattura del senso che sola crea un altro universo (Maurizio Evangelista). La poesia è ancora capace di una resistenza?   La poesia sicuramente sì. I poeti forse un po’ meno. La poesia, fra i tanti, ha un grande pregio: è e diviene. Mi ha sempre incuriosito chi cerca di sintetizzare l’essenza della poesia attraverso la classica espressione “La poesia è...” questo o quello. Per carità, tutt...

Maurizio Evangelista sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri

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 LA POESIA COME ATTO DI PRESENZA: UNA FORMA DI INCARNAZIONE DELL’ALTRO Lo sguardo che la sensibilità alla scrittura ci offre è una possibilità reale di comunicazione. È un varco, un passaggio attraverso cui l’individuo, pur nella solitudine del proprio spazio di lavoro — una scrivania, un letto disfatto, una panchina di città o il sedile traballante di un treno — riesce ad abitare un altrove condiviso. Si è soli forse solo nella condizione fisica, materiale, del gesto della scrittura. Ma un attimo dopo, nel momento stesso in cui la parola si fa concreta, viva, e prende corpo sulla pagina, il proprio mondo si popola: di volti e voci, ma soprattutto di vite. La poesia accoglie e mescola l’identità dell’autore con quella degli altri, in uno scambio continuo di personalità e avvenimenti, di esperienze e visioni. Questa vocazione al dialogo profondo è qualcosa che ho imparato a poco a poco, affidandomi alla parola giorno dopo giorno, mentre costruivo la mia storia. Fin da...

Paolo Polvani sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri

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 IL FASCINO DELLA POESIA STA NEL MISTERO: UNA PASSIONE E UNA GIOIA Il fascino della poesia sta nel mistero, nella sua inaf ferrabilità: per quanto ci si sforzi di cercare definizioni adeguate, ogni risultato è provvisorio, manchevole, la poesia sfugge come un’anguilla ad ogni tentativo di de limitare un perimetro, di prospettare una dimensione definitiva, così finisce che ogni sforzo proceda sulla via delle negazioni: non è poesia questo, quest’ altro non si fa, astenersi dal, questa strada è sbarrata, questo è vietato, se fai così non è poesia, guardati bene dal…   Un procedimento che mi ricorda le trentaquattro negazioni usate per definire il Budda:  Il suo corpo non è né esistenza né non esistenza; non è né causa né effetto, non se stesso né un altro; non quadrato né rotondo, non corto né lungo; non ascendente né calante, non nascita né morte; non creazione né apparenza né artefatto; non seduto né sdraiato, non in movimento né fermo E così di seguito fino...

Gianni Antonio Palumbo sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri

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 HA PIÙ POTERE LA CETRA DI ORFEO CHE LA CLAVA DI ERCOLE Non è necessario che la poesia si riproponga artatamen te un fine di utilità. Sua è quell’eterogenesi dei fini per cui, nell’epoca – scriveva Pascoli – che vedeva rotolare, «per il vano circolo della passione, le quadrighe vertiginose», un poeta, Parthenias, ossia Virgilio cantò per cantare, per ché sentiva che «sopra le fiere e i mostri aveva ancor più potere la cetra di Orfeo che la clava d’Ercole»10. Eppure, quel “canto per cantare” ebbe l’energia di additare, nel momento storico dell’inesausta corsa al potere, la bellezza delle humiles myricae e di esprimere l’aspirazione alla pace nel sorriso di un bambino che accoglie i genitori ed è da loro armoniosamente accolto. Ma qual è questa poesia che nella sua apparente inutilità si rivela utilissima? È e può essere ancora la poesia civile? Per comporre poesia civile non è necessa rio sguinzagliare le bighe della retorica. Inneggiare alla deposizione di ogni conf...