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Mattia de Gennaro legge "Gli esodi, gli esili" e scrive all'autore (ita-esp)

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Caro Alfredo, ti scrivo dal mio esilio. Invoco il tuo solo nome per far sì che si manifesti in questo mio piccolo e modesto pensiero sulla tua opera la stessa familiarità che ho visto affiorare durante l’intera lettura de Gli esodi, gli esili. La vita ci vuole santi ed è, forse, questo - come tu scrivi - a costringerci a credere che un miracolo, prima o poi, dovrà spettarci. Che passi dalle nostre mani o da quelle altrui è proprio quel che determina la direzione di un esodo; le stigmate che diranno per noi se la nostra storia verrà raccontata andando o sulla via del ritorno.  Dei santi, però, si celebrano i fossili, le reliquie. E il corpo dello straniero, così contuso e inquieto, è un teatro inospitale per chiunque creda di poter calpestare la terra che egli raccoglie, di passo in passo, nelle sue mani; terra d’abbandono e di ricongiungimento, in un continuo scarto di sentieri logori, tenuti insieme dal calco della memoria che lo straniero si augura sempre possa renderli confine. ...