Marco Cinque sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri
LA POESIA Γ STANCA DI NOI
Di seguito l'intervento di Marco Cinque, poeta, fotografo, musicista, attivista e giornalista romano (Il Manifesto, Le Monde Diplomatique), a proposito della poesia, edito sul blog di Beppe Costa il 17 aprile 2023.
Credo che non siano tanto le parole a definire la po esia, ma Γ¨ piuttosto la poesia a definire le parole che la rappresentano. Per quanto la si studi, per quanta fine grammatica si utilizzi, per quante migliaia di idiomi si possano sapere e per quanti celebrati autori e autrici si collezionino per ostentare la propria conoscenza, tutto questo non sarΓ mai sufficiente per accendere quel fuoco misterioso e insondabile che esiste da ancor prima dell’av vento della parola scritta, della grammatica, dei libri. Le descrizioni, le definizioni, le etichette che si danno alla poesia sono infinite, tuttavia risultano immancabilmente inadeguate, parziali, fuorvianti, strumentali, stucchevoli, persino inutili.
Spesso coloro che si definiscono e vengono definiti
esperti o critici della poesia si arrogano il diritto di imporre
la loro visione soggettiva per dare patenti di poeticitΓ a
proprio uso e consumo. Così, ogni giorno, si leva una voce
che pretende di spiegare ciΓ² che non puΓ² essere spiegato.
Così, ogni volta, qualcuno viviseziona un corpo poetico
per cercare di capire dove puΓ² trovare il suo cuore, i suoi
polmoni, i suoi muscoli, la sua pelle ma, quando rimette
assieme i pezzi per dar loro una parvenza di vita, ciΓ² che
resta è solo un cadavere smembrato e ricomposto. Così,
ad ogni occasione, cercando di spiegare i perchΓ© e i per
come della poesia, la si uccide.
La rincorsa maniacale ad aggiungere parole rare o
inusuali, verbi rivoluzionari, neologismi sorprendenti,
metriche innovative, sintassi spaziali e quant’altro, non contribuisce a far trovare il bandolo della poesia. Piuttosto
che aggiungere bisognerebbe invece togliere, depurare,
liberare la poesia da tutto l’armamentario che impedisce
di intravedere il suo corpo nudo, che non permette di ri
conoscere in essa quello stato dell’essere che appartiene
a tutti, non solo a una casta.
Per quanto se ne possa disquisire, la poesia non puΓ²
essere partorita da una stereotipata felicitΓ e/o da una
bellezza idealizzata della vita. Che si sappia, ogni parto
prevede una gestazione, un peso, una fatica, un corpo che
si deforma, un dolore profondo, lancinante e ciΓ² che ne
scaturisce non Γ¨ un canto di gioia, ma un vagito di smar
rimento, un pianto dirotto, un ancestrale urlo in faccia
alla vita. Penso perciΓ² che la poesia scaturisca proprio
dal dolore e dalla sua elaborazione: nasce dal pianto e si
protende alla luce. Non mi sento pertanto di augurare a
cuor leggero quest’idea di poesia, cosΓ¬ come non augurerei
a nessuno la sofferenza, a meno che la sofferenza non sia
intesa come percorso di consapevolezza, di cura e guari
gione, ricordando perΓ² che si puΓ² guarire dalla menzogna,
dalla finzione, dalle illusioni, non certo dalle cicatrici piΓΉ
profonde che disegnano le nostre vite.
fonde che disegnano le nostre vite.
Ma che senso ha la poesia per una persona senza pro
blemi, felice e spensierata, se non quello di permetterle
di cimentarsi in un mero esercizio formale, in un estetico
assemblaggio senza alcuna profonditΓ ? Non a caso Γ¨ proprio
nei luoghi piΓΉ oscuri, pieni di sofferenza e disperazione,
che ho visto nascere quella luce che chiamiamo poesia ma,
non essendo innocua o gradevole per chi la legge, spesso
Γ¨ condannata a restare nel buio. Ho comunque potuto
toccare con mano e sperimentare in prima persona quanto
i contesti disumani e impoetici possano invece generare
l’umanitΓ della poesia, quella piΓΉ autentica, quella senza
padrini e padroni o un qualunque prezzo da corrispondere.
Leggi l'intervento completo di MARCO CINQUE su:
AA. VV., SULLA POESIA. Quaderno Primo, (prefazione di Lino Angiuli)
Tabula fati, Chieti, 2026
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