Maurizio Evangelista sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri
LA POESIA COME ATTO DI PRESENZA: UNA FORMA DI INCARNAZIONE DELL’ALTRO
Lo sguardo che la sensibilitΓ alla scrittura ci offre Γ¨ una possibilitΓ reale di comunicazione. Γ un varco, un passaggio attraverso cui l’individuo, pur nella solitudine del proprio spazio di lavoro — una scrivania, un letto disfatto, una panchina di cittΓ o il sedile traballante di un treno — riesce ad abitare un altrove condiviso. Si Γ¨ soli forse solo nella condizione fisica, materiale, del gesto della scrittura. Ma un attimo dopo, nel momento stesso in cui la parola si fa concreta, viva, e prende corpo sulla pagina, il proprio mondo si popola: di volti e voci, ma soprattutto di vite.
La poesia accoglie e mescola l’identitΓ dell’autore con quella degli altri, in uno scambio continuo di personalitΓ e avvenimenti, di esperienze e visioni.
Questa vocazione al dialogo profondo Γ¨ qualcosa che ho imparato a poco a poco, affidandomi alla parola giorno dopo giorno, mentre costruivo la mia storia. Fin da ragazzo, nelle letture cercavo uno spazio che fosse anche mio, come una stanza segreta, pronta ad accogliermi. Mi ci infila vo dentro in punta di piedi, come un debuttante in uno spettacolo giΓ scritto. Non ero mai del tutto protagonista: a volte spettatore invisibile, altre figura di contorno, ma sempre presente. Ogni libro era un palcoscenico e ogni poesia, un varco aperto.
CosΓ¬ mi sono educato all’ascolto, alla presenza silen ziosa e poi alla scrittura: una presenza che non ha mai cessato di chiamarmi. Cesare Pavese scriveva che «scrivere Γ¨ una difesa contro le offese della vita». Ma Γ¨ anche, e forse soprattutto, un modo per abitarla pienamente.
Pavese, che conosceva l’angoscia del silenzio e della 55 distanza, sapeva bene che la poesia Γ¨ il luogo dove l’io si frantuma e si ricompone attraverso l’altro. La sua parola poetica nasceva spesso dal tentativo di dare senso alla solitudine, ma mai in chiave solipsistica. Era semmai una forma di consapevolezza, quasi una confessione collettiva, in cui il dolore personale diventava simbolico. Scrivere era, per lui, un modo per essere meno soli proprio perchΓ© permetteva di stabilire un contatto, anche doloroso, con l’essenza degli altri. Γ questa consapevolezza che sento di condividere pienamente.
La mia attitudine alla scrittura si fonda sulla certezza che, per quanto solitario sia il gesto, esso nasca sempre in compagnia. Anche quando la voce sembra interamente mia, so che Γ¨ abitata da echi, da presenze che mi attraver sano: gli autori che ho letto, le persone che ho incontrato, le vite che ho osservato.
La poesia Γ¨ cosΓ¬ una forma di incarnazione dell’altro, un modo per “prestarsi” a esistenze che non sono le nostre, ma che ci diventano familiari nel momento stesso in cui le scriviamo.
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