Vito Davoli sulla Poesia nel primo quaderno di Polveri
LA POESIA Γ. ED Γ CIΓ CHE ESSA STESSA DIVIENE
Di seguito il testo integrale dell’intervista di Maurizio Evangelista a Vito Davoli, pubblicata sul «Quotidiano di Bari» in tre diverse parti tra febbraio e marzo 2025.
Organizzatore e curatore di numerose antologie, nonchΓ© attivo promulgatore dell’arte poetica, Vito Davoli non Γ¨ solo un poeta generoso, ma probabilmente tra i piΓΉ significativi porta voce della poesia contemporanea del sud. Ho chiesto a Vito di confidarmi il suo approccio alla poesia, alla bellezza, che il verso deve sempre cogliere, la sua sfida nel cercare quella frattura del senso che sola crea un altro universo (Maurizio Evangelista).
La poesia Γ¨ ancora capace di una resistenza?
La poesia sicuramente sΓ¬. I poeti forse un po’ meno. La poesia, fra i tanti, ha un grande pregio: Γ¨ e diviene. Mi ha sempre incuriosito chi cerca di sintetizzare l’essenza della poesia attraverso la classica espressione “La poesia Γ¨...” questo o quello. Per caritΓ , tutto vero! Ma nulla Γ¨ sufficiente a definirla in toto. Allora mi piace fermarmi un po’ prima: La poesia Γ¨! Ed Γ¨ ciΓ² che essa stessa diviene! E il suo divenire Γ¨ creazione (PoiΓ©in), attraverso la parola. Non c’Γ¨ quasi nulla di metafisico o trascendentale in questo: lo sperimentiamo ogni giorno, nella nostra piΓΉ spicciola quotidianitΓ . Non necessita neppure di essere dimostrato: ci confrontiamo ogni momento, piΓΉ o meno consapevolmente, con parole ed espressioni che determi nano realtΓ fattuali che accettiamo quasi senza battere ciglio. Penso, per esempio, a “pace giusta” e mi domando: ma esiste pure una pace sbagliata? Oppure all’espressione “corridoi umanitari” che in qualche modo definiscono – ma tacciono prudentemente e colpevolmente – tutto ciΓ² che Γ¨ fuori da quei corridoi come disumano. Eppure Γ¨ proprio ciΓ² che Γ¨ fuori ad avere la prioritΓ su quei corridoi. Ed Γ¨ aberrante! Allora sΓ¬, la parola forse non puΓ² cambiare granchΓ© ma puΓ² certamente definire realtΓ . Dominanti e alternative. E allora la poesia Γ¨ di certo capace di disegnare il mondo in modo diverso, di ricollocare l’uomo nel posto che gli compete e di resistere ad architetture dogmati che normalmente spendibili a carissimo prezzo e mai a vantaggio della collettivitΓ . Men che meno dei piΓΉ deboli. Come sosteneva Kafka, la letteratura (e quindi la poe sia come sua forma piΓΉ alta) non ha l’obbligo di consolare nΓ© rallegrare quanto, piuttosto, di svegliare le coscienze. Dev’essere un’ascia che rompa il ghiaccio delle menti delle persone, scrive Mircea CΔrtΔrescu. E questo ghiaccio Γ¨ esattamente l’ordine precostituito.
Cosa significa pubblicare poesia?
Credo che ogni pubblicazione dipenda dalla natura
della poesia stessa. Pubblicare una “mia” opera monografica Γ¨ cosa molto diversa dal pubblicare un’antologia di
autori scelti radunati attorno a un tema, ad un obiettivo di
ricerca e indagine o ad una specifica finalitΓ . Nel secondo
caso, cosa significhi pubblicare poesia Γ¨ piΓΉ evidente e
definito: penso, per esempio, a Il gommone forato, a cura
di Tania Di Malta con prefazione di Guido Oldani del 2022
o ai piΓΉ recenti Il buio della ragione, curato con Marco
Cinque (2024), e Sfilate d’alti modi a cura di Giuseppe
Langella, di quest’anno.
La silloge poetica di un singolo autore resta comunque
un atto di condivisione dell’io poichΓ© comunque di espe
rienza individuale umana si tratta e allora pubblicare puΓ² voler significare anche (e proprio!) condividere, aprirsi
all’altro. Non ha nessun senso pubblicare per mettersi
sotto un riflettore: nessuno puΓ² pretendere di aver vissuto
l’esperienza totale o di proporsi come paradigma dell’e
sistenza umana. Non sarebbe neppure un atto di boria:
piuttosto una piΓΉ semplice e autentica stupidaggine!
Pubblicare, a mio modesto avviso, Γ¨ mettersi in gioco:
per questo sostengo che in poesia non Γ¨ possibile mentire.
Non serve costruire un artefatto estetico che celebri il
come vorrei che gli altri mi percepissero. Γ piuttosto un
mettersi in discussione, un atto di coraggio nel cercare di
disegnare quei contorni umani che altro non sono che i
limiti entro cui si muove l’io e la sua esperienza “terrena”.
Anche quando si decanta un limone, come fa Neruda, o
un fiorone, come fa Ada De Judicibus Lisena o si tenta di
esperire il “sacro immanente” come fa Pasolini. Credo che
pubblicare non significhi nΓ© proporsi nΓ© sfogarsi quanto
piuttosto abbandonarsi. Lì trovo il senso della parola
condivisione.
Senza un palco, una classifica, un premio, c’Γ¨ poesia o anarchia?
Usando le tue stesse parole direi che proprio senza un palco, una classifica o un premio c’Γ¨ la Poesia! Quelli che hai citato mi paiono piΓΉ gli habitat ideali dei poeti o dei critici o, per lo meno, di certi poeti e critici. Non sto dicendo che vadano cancellati, proprio no. Dico che per lo piΓΉ sono fraintesi, usati impropriamente, valorizzati in modo confuso e denaturalizzati. Se vale quanto detto finora, allora palchi, classifiche e premi, cosΓ¬ come percepiti oggi nella maggior parte dei casi, non hanno nessun senso rispetto alla poesia che, nell’atto coraggioso di con dividere e resistere si configura come il locus, tutt’altro che amoenus, nel quale il poeta (veicolo e “sacerdote”) fa confluire quei contorni dell’essere umani che lΓ¬ finiscono per confondersi e sintetizzarsi. Pertanto, forse, c’Γ¨ bisogno dell’esatto opposto di un palco o di un premio... come in una sorta di congiura di ribelli: silenzio, concentrazione, riflessione e infine elaborazione e uscita allo scoperto. NΓ© parlerei tanto di anarchia quanto piuttosto di libertΓ nel senso piΓΉ alto del termine, cioΓ¨ di scelta mai disgiunta dal valore della responsabilitΓ di quella scelta. Pasolini guardava alla poesia come “felice” avamposto capace di tenersi lontano e di resistere ai seducenti giochi del capitalismo e delle leggi di mercato; in maniera intrinseca alla sua stessa natura: non avrebbe cioΓ¨ potuto essere diversamente. In un articolo del Corriere della Sera del 14 febbraio 2012 dal titolo La poesia Γ¨ specchio della vita, Roberto Galaverni scrive: «Pasolini fa sempre maledettamente sul serio, a cominciare dall’assunzione della sua responsabilitΓ di poeta: verso gli altri, verso se stesso, verso i suoi singoli e sempre integralmente etici gesti di scrittura. Fa cosΓ¬ sul serio che la poesia, che pure costituisce per lui il principale dispositivo per pensare e dire la realtΓ (...), viene sempre in qualche misura avver tita come inadempiente e, dunque, come colpevole rispetto a qualcosa che resta comunque inespresso». Cercare di colmare quel divario, di risolvere quell’inadempienza attraverso la figura del poeta e, peggio, del poeta sotto il riflettore del palco, della classifica o del premio Γ¨ un errore grossolano quanto tragico!
Leggi l'intervista completa a VITO DAVOLI su:
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