Le "Scomposizioni di Mauro Macario lette da Miro Renzaglia

In Scomposizioni Mauro Macario manomette le parole e rivolta contro il presente la lingua degli apparati. Tra ribellione, memoria, teatro e lutto, il verso continua proprio quando confessa di non bastare.

GiΓ  il titolo indica il metodo. In Scomposizioni Mauro Macario apre e manomette le parole, poi le rimette in circolo con qualcosa che prima non contenevano. Gli oligarchi diventano «oligranchi»; l’anacoreta e l’anarchico si saldano in «anarcoreta»; la danza taumaturgica della madre si guasta in «traumaturgica» per una lettera sola che s’intromette. Il giudizio compare nel punto della saldatura. Macario toglie la parola al proprio uso e la costringe a significare di nuovo. Anche i titoli, del resto, obbediscono a un tic alfabetico che si interrompe e riprende: da Appartenenza a Verbale d’infrazioni, poi da Al guado a Incantesimo. In superficie il libro accetta un ordine solo. E non sempre.


Sotto quell’ordine di superficie agisce la lingua degli apparati. Ci sono il referto che «non riporta l’anima malata», le «chele da ragionieri», la pena sospesa «perchΓ© il reato non sussiste», il linguaggio burocratico con cui si registrano i morti senza piΓΉ nominarne la storia. Medicina, contabilitΓ  e tribunali forniscono l’idioma con cui il mondo amministra ciΓ² che dovrebbe sconvolgerlo. Macario prende quella lingua fatta per non sentire niente e la porta dove si sente tutto. La usa per il genocidio e per il padre, la cui perdita diventa «uno strappo viscerale» da un ventre di soccorso. Invettiva e tenerezza provengono dallo stesso gesto, che rivolta contro l’ordine le parole con cui l’ordine si assolve.

La rivolta comincia dal corpo sociale. La filiera di Proteo apre il libro con il cordone ombelicale reciso e la decisione di vivere «senza legittimare nessun capobranco». Cinquanta pagine dopo, Ululare s’avvede che «il branco non risponde alla chiamata». La solitudine nasce come scelta di libertΓ  e ritorna come condanna. Macario le tiene addosso entrambe. In Appartenenza la comunitΓ  che assegna ruoli e obbedienze lascia il posto a quella rimpianta, fatta di corpi liberi e di figli di tutti. Il ribelle respinge il branco organizzato e continua a cercare un branco che non abbia capi.


La sua poetica nasce nel rifiuto dell’autonomia dell’estetico. Il verso deve rispondere del proprio tempo con la stessa voce che porta dentro la biografia, perchΓ© la storia e gli affetti esercitano la loro pressione sulla medesima carne. Macario rinuncia all’impersonalitΓ  e alla distanza: prende posizione e lascia visibili il costo, l’eccesso, perfino la contraddizione. La forma vale finchΓ© rimane esposta a ciΓ² che la eccede. È allora che la scomposizione cessa di essere una tecnica e diventa una poetica.

La scena gli viene dal mestiere. Il figlio di Erminio Macario conosce la forza di un ingresso, la differenza fra tempo scenico e tempo rappresentato, l’effetto di una battuta finale. La naja affida a un maresciallo il compito di dissuadere il giovane soldato dal suicidio: morendo, gli spiega, ucciderebbe la divisa e finirebbe sotto processo. Lo Stato pretende il possesso del cadavere e proprio l’assurditΓ  della pretesa salva una vita. Il verso breve, quasi privo di punteggiatura, prepara l’ultima apparizione un attimo prima che cali il sipario.

L’unico testo in prosa Γ¨ la lettera a LΓ©o FerrΓ©. Il destino, scrive Macario, lo ha «mutilato senza ferri adeguati», separandolo dal maestro. Poi qualcosa ricresce: «il tuo arto onirico Γ¨ rispuntato e si Γ¨ trapiantato nel mio cuore». Qui l’arto fantasma dΓ  forma alla zona del libro in cui gli assenti continuano a trasmettere. Il poeta cerca un organo materno dentro il padre morto. In Pollicino ritrova il figlio con «le dita mozze». Il corpo perduto continua ad agire dentro chi rimane. È il dolore localizzato di una presenza che ha smesso di avere un luogo suo.


Nella zona delle perdite il libro trova le sue pagine piΓΉ alte. Notte coniugale mostra la moglie addormentata che ringiovanisce dentro le impronte lasciate sul viso. La domanda su chi dei due sopravvivrΓ  all’altro resta senza risposta. La visita di Crepuscolo termina davanti alla tomba del padre, con il custode che si domanda di chi sia il cuore rimasto fra i fiori. In MamΓ  madre e figlio professano liturgie d’amore appartenenti a religioni diverse e (forse) incapaci di comunicare.

La lingua, cosΓ¬ esatta davanti a ciΓ² che manca, sul presente cambia registro: dall’elegia passa alla diagnosi. La lettera a FerrΓ© parla di una «regressione antropologica irreversibile». Billy the Kid e l’Antropocene la traduce in una spiaggia sulla quale tutti digitano sullo smartphone, tranne chi legge un libro. Appartenenza affida invece il ricordo di una generazione nuda ai concerti «senza neanche uno stupro» all’«etΓ  del testimone oculare» di chi parla. Macario conosce anche l’infedeltΓ  della memoria: una musa puΓ² tornare «deformata dal ricordo» e le memorie dimenticheranno persino il nome di colui dal quale provengono. Il presente viene cosΓ¬ osservato dalla distanza della giovinezza dell’autore, attraverso una prospettiva dichiarata che porta con sΓ© la veritΓ  del testimone e la fallacia della memoria.

Leggi il testo completo sul blog letterario ilfondo.org a questo link: Scomposizioni, di Mauro Macario: recensione | Il Fondo


M. MACARIO, Scomposizioni, Tabula fati, Chieti, 2026

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