Adriana Giotti legge "Scomposizioni" di Mauro Macario
Tre elementi sorprendono di Mauro Macario: il primo, Γ¨ la via inattesa e atipica attraverso la quale raggiunge i lettori (spesso, il dono), un attraversamento dello spazio quasi in anonimato, con il pudore e la riservatezza di chi Γ¨ uso a muoversi con cautela nella vita; il secondo, Γ¨ la corporea (ma tutt’altro che casuale) scelta delle dimensioni esigue di quasi tutte le sue raccolte, che annuncia e lascia presagire la fatica, l’importanza e la preziositΓ di ogni singolo verso.
Sono due elementi esteriori, certo, ma tutt’altro che trascurabili, per chi ha imparato a riconosce in Mauro Macario, non un mero servente e tutore della poesia, ma una delle rare voci redentrici, animata e ispirata dal bisogno di rivitalizzare gli spiriti abulici, (naturalmente o affettatamente) resi insensibili dai fatti umani, dalla cronaca di un declino senza precedenti. Γ questo secondo elemento che costringe il lettore a riflettere su quanto sia vero che se non esistono parole che possano risvegliare lo spirito indolente, Γ¨ altrettanto vero che ne bastano poche ed essenziali per risvegliare anche i piΓΉ ostinati dormienti.
Infine, il terzo elemento Γ¨ il titolo scelto per la raccolta: Scomposizioni. E qui il dubbio diventa ciΓ² che sempre dovrebbe essere: il pungolo della ragione. Impossibile non chiedersi perchΓ© nel momento storico in cui il genere umano dimostra l’assoluta incapacitΓ e assenza di coesione, di composizione, di equilibrio e armonia, un poeta dovrebbe rifuggire (?) al suo compito istituzionale, storico e morale per eccellenza: ricostruire le parole, ricomporre il linguaggio, appianare i conflitti, mostrare il potere logico del lessico.
PerchΓ© una raccolta di poesie dovrebbe “scomporre” piuttosto che “ri-ordinare” il caos da cui siamo stati generati e verso il quale siamo irrimediabilmente diretti? PerchΓ© un poeta dovrebbe sottrarsi all’obbligo morale e civile di partecipare all’atavica ricerca di tutto ciΓ² che abbiamo perso, dimenticando da dove, da chi e perchΓ© siamo nati?
La splendida prefazione di Anna Leone dipana giΓ il groviglio e offre lo spunto per non perdersi negli infiniti contrasti creati ad arte da un autore che si conferma un esempio straordinario di compatibilitΓ tra l’umano e il divino e, ancor di piΓΉ, tra l’umano e l’oltreumano nicciano attraverso il trionfo della volontΓ .
Leggere Scomposizioni Γ¨ ascoltare una coscienza che ha compreso come rendersi incontaminabili e permeabili alla banalizzazione, sottrarsi all’accettazione passiva delle umane miserie, rifiutare il giogo dei principi astratti e omologati, delle risposte raffazzonate e improvvisate. E, soprattutto, imparare a non credere che esistano “ferite” che non possano essere rimarginate dal rispetto di sΓ© e dell’altro, o “feritoie” che non possano essere richiuse o vigilate dalla coscienza.
Scomposizioni non Γ¨ un esercizio poetico e tantomeno Γ¨ il ricorso taumaturgico alle parole.
Γ in parte «un diario lirico, politico e metafisico» (A. Leone), ma, alle caratteristiche personalistiche del diario e alla sua funzione consolatoria, aggiunge l’obiettivitΓ del resoconto storico e, soprattutto, la responsabilitΓ di chi scrive “in nome e per conto” del genere umano.
Un’ultima considerazione: con Scomposizioni, Mauro Macario annuncia l’addio alla poesia. Mi sia perdonata la petulanza, ma ai poeti non Γ¨ concesso scrivere la parola “fine” se hanno seminato bene. E pochi – al pari di Macario – hanno concesso a cosΓ¬ basso prezzo i loro immensi talenti.
Adriana Giotti
M. MACARIO, Scomposizioni, Tabula fati, Chieti, 2026


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